Ieri sera, dopo aver fatto una (mal)sana sessione di jogging in the rain ed essermi dedicato a Lost (due puntate della prima serie, Speciale e Ritorno) e all’abbattimento dell’ottavo colosso di Fumito Ueda (i suoi Ico e Shadow of the Colossus sono la dimostrazione di come i videogiochi – o almeno alcuni – debbano ormai essere considerati arte), mi sono messo a letto ascoltando la delicata insistenza della pioggia sulla tettoia del mio balcone. Ho provato a mettere un po’ d’ordine nei miei pensieri, che spesso la sera sono un guazzabuglio informe che sobbolle come brodo primordiale.
Penso ai miei amici che stanno avendo qualche problema e spero tanto che li risolvano.
Penso alla donna che vorrei avere al mio fianco – non una qualsiasi, una in particolare – e che invece non c’è.
Penso a un’amica che mi ha molto deluso.
Poi penso a lei, che in questo momento è a casa della mamma nel suo lettino. La mia mente torna indietro di qualche mese: è una domenica, siamo appena usciti da casa della mia, di mamma, e un motorino troppo rumoroso passa in via Sacchi facendo rimbombare i portici. Stefania si stringe alla mia gamba sinistra, nascondendo il volto. Le accarezzo i capelli e lei mi fa: “La moto mi ha fatto paura”. Le rispondo che non deve aver paura, che finché c’è papà vicino lei è protetta (e mi pare di essere Marlin, il papà di Nemo, mentre glielo dico). Mi dà la mano e ci avviamo alla macchina. Attraversiamo corso Sommeiller.
Si ferma. Mi abbraccia di nuovo la gamba, ma non è passata nessuna moto. “Cosa c’è, patata?” le faccio.
“Ti voglio tanto bene…”
È la prima volta che me lo dice. Sento il cuore che mi si scioglie, mi inginocchio e la abbraccio, con gli occhi che trattengono a stento le lacrime di felicità.
Come cresce in fretta… Sembra solo ieri che diceva “focchietto”, “cancaneve”, “primpere” e “cocciolato”. Adesso li dice giusti, “fiocchetto”, “biancaneve”, “principe” e “cioccolato”, e un po’ quasi mi spiace.
Lunedì ha cominciato la materna, sono tutti entusiasti di lei. Si è già fatta i nuovi amichetti eppure ieri, anche se non voleva venire via dall’asilo, è poi stata affettuosissima con me.
La mia bimba. La mia felicità più grossa.
Mi addormento sorridendo.
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