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La Bussola Strabica

Il blog di Luca Romanello: pensieri sparsi, divagazioni (in)sensate e quant'altro… Ora bilingue: scritto male, MA DUE VOLTE!

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Tag: tatuaggi
Leopardo delle nevi
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Ebbene sì, ieri è stata una giornata abbastanza impegnativa.
Era l’ultimo giorno di lavoro da un cliente presso il quale mi son sempre trovato bene, due anni e mezzo di permanenza, e che negli ultimi mesi avevo sperato di non lasciare. Peccato che le nuove politiche aziendali non prevedano di tenere i consulenti con una certa continuità se fanno un passaggio da una società di consulenza a un’altra (e di restare nella mia “vecchia” con il rischio di finire a Trento non avevo molta voglia), con buona pace di tutti quelli – e sono stati proprio tanti – che si sono mostrati molto spiaciuti di non poter più lavorare insieme. Ho avuto manifestazioni di stima e affetto da molti, anche da persone che non mi aspettavo, e la cosa, non lo nego, mi ha fatto un certo piacere, anche se il magone nel momento dei saluti ce l’ho avuto.
Pazienza.
Se capiterà, ci tornerò volentieri.
Da lunedì si comincia da un’altra parte, con un’altra società, con un altro ruolo (progettista, nome altisonante), con nuovi colleghi dei quali dovrò conquistare la fiducia. Incrocio le dita sperando di fare bene e augurandomi di trovare persone valide e simpatiche come quelle che ho lasciato nel vecchio posto.

In più, ieri sera, mentre l’Italia strappava lo striminzito pareggio con i cugini Romeni, sono andato a farmi torturare un po’ dal mio tatuatore. Questa volta è stato il turno di un leopardo delle nevi, sul polpaccio destro, il regalo di compleanno della mia meravigliosa fidanzata (fattomi ad agosto, ma solo ora si è riusciti a prendere un appuntamento). Prima che qualcuno lo chieda, sì, fa discretamente male, è forse il posto più doloroso dove ho fatto tatuaggi, finora. In più, c’è da considerare il fatto che tra un mesetto circa lo dovrò far ribattere per rendere al meglio le sfumature. Come mai un leopardo delle nevi invece che un altro lupo? Beh, la risposta la trovate in questo post… Se poi invece avete altre domande, potrei sempre prendere in considerazione l’ipotesi di ridirezionarvi su quest’altro:)
In conclusione di serata, un salto all’Otium Sibiriaki, ristorante siberiano in pieno quadrilatero romano a Torino (Via Bellezia 8, per chi è interessato), posto molto carino del quale penso parlerò meglio in seguito. Il sibir merita un post tutto suo!

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Negli ultimi anni, una delle forme più antiche di body art, se non la più antica in assoluto, è diventata prepotentemente un fenomeno di moda. Un tempo marchio per avanzi di galera, marinai e ribelli, il tatuaggio è tornato ad essere ciò che era in origine: un ornamento permanente del proprio corpo. O forse sarebbe più corretto dire semipermanente, visto che è ormai possibile cancellarli – anche se resto piuttosto dubbioso sui risultati.
Tipicamente, ci sono una serie di domande che il/la fresco/a tatuato/a si sente rivolgere – soprattutto nel caso in cui nel giro delle sue frequentazioni lui/lei sia il/la primo/a.
Perché lo hai fatto? Perché ti sei tatuato/a quel disegno/quella scritta? Ha fatto male? Guarda che quando avrai 70 anni e sarai vecchio/a e cadente sembrerai ridicolo/a, sei sicuro/a di quello che hai fatto? Ma proprio così grosso dovevi farlo?
A prescindere dal fatto che per ognuna di queste domande può sempre valere la risposta jolly “ma saranno cazzi miei”, in tutte le sue varianti più o meno cortesi, ci si deve confrontare con la supposta necessità da parte del proprio interlocutore di avere spiegazioni. Ora, se di questo interlocutore ci importa poco o nulla, o ancora se ci sta piuttosto sull’anima, la risposta jolly è perfetta a patto di non essere troppo educati (che al contrario di quanto ci può essere stato insegnato non è necessariamente una cosa positiva). Ma se già intratteniamo un qualche tipo di rapporto – familiare, amicale, lavorativo e così via – può non essere una buona idea usufruirne.
Vediamo qualche possibile risposta alternativa.
Ha fatto male? E beh, questo dipende da una serie di fattori: la resistenza al dolore dell’individuo, il punto del corpo dove è stato fatto, l’abilità del tatuatore, la grandezza del tatuaggio. Mi si dice anche che alcuni tatuano con l’anestetico, per quanti perfino un pizzicotto ha il peso della testata di Zidane. Mah. In buona sostanza, per la mia esperienza, farsi fare un tatuaggio è assai meno doloroso che andare dal dentista – e di certo un tatuaggio ti può durare più di un’otturazione, però, sì, insomma, non è che ci mastichi meglio col lupo sull’avambraccio… Non è piacevole, a meno di essere masochisti; si tratta comunque di un fastidio più che sopportabile. Per un’ora. Due. Anche tre o quattro. Oltre? Ah, saperlo… Collo, polpaccio e fianco pare ad ogni modo siano zone molto più sensibili delle braccia: conto di avere un giudizio personale, prima o poi. D’accordo, capita anche di beccare quelli che piuttosto di dire che hanno sofferto come bestie si amputerebbero un mignolo modello yakuza e quelli che invece narrano di indicibili sofferenze a fronte di minuscoli sputazzi di colore su una spalla… ma a quel punto è francamente meglio usufruire del jolly.
Guarda che quando avrai 70 anni e sarai vecchio/a e cadente sembrerai ridicolo/a, sei sicuro/a di quello che hai fatto? Ma a parte il fatto che posso anche non arrivarci, a 70 anni (ok, toccatina strategica), ti pare che mi metto addosso una roba così, come se fosse un paio di calze da ginnastica? Se volevo farmi qualcosa di più volatile, me lo facevo con l’henné e tanti saluti. E no, invece, voglio qualcosa che duri e che duri tanto. Poi per carità, esco dal negozio, mi investe una Volvo scassata e buona notte (ok, SECONDA toccatina strategica – cazzo ci fa, oltretutto, una Volvo scassata da ’ste parti, che è zona pedonale?). A 70 anni, se non sarò già troppo rincoglionito, mi guarderò allo specchio e ricorderò che in un periodo della mia vita ho fatto anche quello: se sarò fortunato, avrò avuto una vita piena di cose belle e quella sarà solo una delle tante. La pellaccia è mia e avrò ben valutato la questione. La avrò ben valutata? Jolly!
Ma proprio così grosso dovevi farlo? Domanda tipica della mamma, rivolta sia che si tratti di un quadrifoglio grosso come l’unghia del mignolo di un bebè sia che ci si sia fatti riprodurre l’Ultima Cena sulla schiena. Sì, proprio così grosso. Più piccolo non si poteva (ti voglio vedere, a fare l’Ultima Cena con la macchinetta da tatuatore su una superficie più ristretta, al massimo puoi farla stare su un braccio, ma sarebbe troppo grossa lo stesso). Ormai è fatta comunque, che faccio, una fotocopia ridotta? Lo tiriamo fuori, sto jol… – ah, sì mamma, ok, stai buona, non ti preoccupare, magari ne faccio ancora uno, ma poi basta, dai. Due. Tre e poi basta. Mamma? MAMMA???
Perché ti sei tatuato/a quel disegno/quella scritta? Terribile. La PEGGIORE domanda che si possa rivolgere ad un tatuato, anche se si è in confidenza. L’evoluzione degenerata della madre di tutte le domande (cioè la prossima). A parte che alcune scritte non hanno bisogno di particolari spiegazioni (compleanno, dichiarazioni d’amore – TERZA toccatina strategica -, nomi), ma poi il tatuaggio di per sé dovrebbe essere un qualcosa di “intimo”. Eh sì, proprio così: l’esposizione esteriore di qualcosa che è dentro di noi e che non possiamo o non vogliamo spiegare. So che magari sembra strano, visto che con la riduzione a moda il tatuaggio è qualcosa che ha a che vedere più con l’esibizionismo che non con altro, ma chi non lo fa per moda (vedi domanda successiva, sebbene credo ce ne siano, in giro, più di quanto si crede), può farlo per motivi che non ha NESSUNA voglia di mettere in piazza. Oppure per la cosa più semplice che ci sia: per piacere personale. Punto. Serve altro? Mumble… sì, magari una scusa per coprire e stroncare sul nascere la curiosità altrui. Se ti va bene, ficcanaso, le cose stanno così. Altrimenti, jolly!
Perché lo hai fatto? La madre di tutte le domande. Quella che, anche se non viene posta direttamente, è sottintesa in tutte le altre. Quella che, insieme a “ma guarda sto drugà”, si legge negli occhi di molte persone oltre una certa età, camminando per la città. Spianiamo subito la strada dagli equivoci: sono straconvinto che sia pieno di ragazzi e ragazze che lo fanno per moda. Un tatuaggio come se fosse un pantalone a vita bassa (eventualmente per far vedere un tatuaggio). Vabbeh, pazienza. Trovo che farsi qualcosa di permanente solo per moda sia una cosa veramente idiota. Passiamo oltre. C’è chi lo fa perché li trova belli (vedi domanda precedente) e vuole adornare il proprio corpo con qualcosa di bello, che gli/le rimanga. C’è chi lo fa per dimenticare qualcosa o qualcuno, o per NON dimenticare (QUARTA toccatina strategica, scegliete voi su quale delle due opzioni – una bella sbronza non basta, però, se vuoi dimenticare???). C’è chi lo fa perché non si piace e pensa che basti un tatuaggio per cambiare la situazione (e la cambia, ma solo temporaneamente). C’è chi lo fa perché è in qualche modo rassicurante pensare che anche attraverso il dolore può nascere qualcosa di bello. C’è chi lo fa perché è da quando è un gagno che lo desidera con tutte le sue forze e si è sempre sentito inibito. C’è chi lo fa per scommessa. O per una miriade di altri motivi, che non conosco ma che penso capirei, non fosse che, jolly!, non mi faccio i cazzi altrui.
E pazienza, lo so, alla fin fine si ricasca sempre nella risposta jolly. Ma non è forse la migliore?

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